venerdì 21 agosto 2015

Le arie concrete e seriali di Luigi Pezzato

Nella mostra personale a lui dedicata dal 15 al 28 maggio 1968, presso la galleria d'arte "Il Bilico" di via Angelo Brunetti 51 a Roma, Luigi Pezzato espose una serie di tubi di plastica gonfiabili. Allineati “uno accanto all’altro come alberi artificiali” – come scrisse il giornalista e critico d’arte Filiberto Menna in una nota pubblicata nel catalogo della mostra – tali “alberi di aria” avevano lo scopo di creare “uno spazio-ambiente capace di sollecitare una risposta psico-sensoriale complessa, vitalmente attivante” nello spettatore, “direttamente coinvolto” e indotto a partecipare non soltanto specchiandosi “in una superficie deformante” o “mettendo in moto un congegno programmato”, ma entrando in prima persona “dentro lo spazio realizzato dall’artista, esperendone su di sé le sollecitazioni estetiche”. Nello stesso scritto Filiberto Menna ricordava come “i tubi in plastica gonfiabili realizzati recentemente da Pezzato” fossero stati “felicemente” definiti da Achille Bonito Oliva come “arie concrete”. Nello stesso catalogo della mostra, infatti, Achille Bonito Oliva – nella sua nota critica d’autore – sottolineava come l’opera di Luigi Pezzato tendesse “appunto ad elaborare delle forme concrete che, attraverso dei materiali plastici, riescono a contenere l’aria dello spazio urbano”, realizzando così “uno spazio elastico” dilatabile non solo in orizzontale, attraverso le oscillazioni dei tubi gonfiabili, ma anche in verticale grazie allo “spazio continuamente occupato dalle arie concrete resistenti nelle colonne in plastica.” Achille Bonito Oliva definiva tali strutture anche con il termine di “arie seriali” in quanto disposte in forme di “eguale spessore e dimensione”. Lo spettatore – concludeva il critico d’arte – con la sua presenza “continuamente modifica la struttura elastica dell’insieme, sia attraverso un suo spostamento orizzontale all’interno del percorso e sia attraverso la manomissione in verticale di queste arie concrete accampate nello spazio reale”.

Dal Collettivo Presenza e Vigilanza alla nascita dell’Agricolarte o Arte del Bisogno

Dal Collettivo Presenza e Vigilanza alla nascita dell’Agricolarte o Arte del Bisogno. 1974-1977: gli anni dell’impegno sociale.
Luigi Pezzato fu uno dei principali promotori ed esponenti del “Collettivo Presenza e Vigilanza dei Lavoratori della Scuola - Regione Campania”, costituitosi a Napoli sul finire dell’anno 1973 ed attivo sul territorio fino al 1977, con l’obiettivo dichiarato di finalizzare la propria attività di ricerca-azione al “recupero della realtà come totalità concreta”. A tale scopo il gruppo, inizialmente formato da operatori culturali provenienti dalla “cosiddetta area artistica”, quali – ad esempio – Pezzato, Salier, Frallicciardi, Rossi, Volpe, Giuliano, Alamaro, Iadarola, Altieri, Parente, ecc. – cui si aggiunsero ed “affiancarono altri lavoratori provenienti da differenti ambiti”, scelse di operare sostanzialmente su due piani. Il primo “riguardava la ricerca nel campo della comunicazione, sperimentando la possibilità di traslare la struttura della lingua per analogia a quella audio-spazio-visiva”, mentre il secondo riguardava l’azione concreta e l’intervento etico-politico e politico-culturale più diretto nel sociale. “In quegli anni” – come ricorda lo stesso Luigi Pezzato in una nota scritta – “il tema della morte dell’Arte” era stato, ormai, “più che sviscerato”, “permettendo di raggiungere dimensioni che spalancavano nuove prospettive all’operatore culturale”. La prospettiva e/o l’angolo visuale scelto dal collettivo e dal gruppo fu, in particolare, la coscienza dell’equiparazione ARTE = VITA, vera e propria “bandiera attorno a cui il gruppo prese ad operare”. In un manifesto del 25 marzo 1974, dal titolo “Per il recupero della realtà come totalità concreta”, il programma del Collettivo era esposto, nel caratteristico linguaggio ideologizzato dell’epoca, in modo molto chiaro: “Gli ultimi movimenti di avanguardia hanno identificato l’arte con la vita stessa riducendo così a zero la frattura tra lavoro intellettuale e manuale. Sono il contadino nei campi, l’operaio nelle fabbriche, lo studente nelle scuole i veri artefici della società, non di quella attuale, però, nella quale essi operano da sfruttati… ma di quella nuova società comunista appunto per la quale si adopera il sindacato attraverso le proprie lotte e rivendicazioni.” Numerose e variegate furono le azioni di denuncia e gli interventi che il Collettivo Presenza e Vigilanza organizzò in quegli anni con manifesti, performance e pubbliche azioni contro tutti coloro i quali, in nome di una “artisticità presunta” e per conto di comitati, associazioni e/o organizzazioni sindacali di categoria, “organizzavano mostre e manifestazioni con lo scopo reale di acquisire nuove aree di potere nella struttura della nascente Regione Campania”. In una pagina autografa della sua breve autobiografia, Luigi Pezzato ricordava come una caratteristica fondamentale della sua attività culturale negli anni dal 1974 al 1977 fosse proprio l’allargamento della “incidenza delle sue azioni nell’ambito del sociale”. Dopo essersi autodefinito come uno dei “più accaniti promotori del C.P.V.” egli ribadiva come il Collettivo Presenza e Vigilanza avesse lo “scopo principale di moralizzare e respingere l’attacco convergente che la critica ‘interessata’ con l’appoggio di non pochi faccendieri promuove per ‘donare’ alla capitale del mezzogiorno la galleria regionale d’Arte Moderna”. “Uno dei compiti che il C.P.V. ritenne prioritario” – scriveva, infatti, Luigi Pezzato a conclusione della sua breve nota - “fu quello di intervenire in tutte le occasioni che si presentavano particolarmente mistificatorie, denunciando all'opinione pubblica” le manovre più “speculative e culturalmente arretrate”; “compito che si riallacciava idealmente al filo rosso che passa per alcuni aspetti delle avanguardie storiche fino ad accostare e percorrere i presupposti impliciti delle azioni nel sociale del movimento situazionista.” Il prezzo da pagare per tale azione di aperta e radicale contestazione fu, tuttavia, piuttosto alto. “La lotta di quegli anni condotta a viso aperto” – ricordava con un po’ d’amarezza Luigi Pezzato – gli fruttò, infatti, “l’alienazione dei critici che si vendicarono ritirando opportunamente (come usano fare i gestori del potere borghese) il loro appoggio e radiandolo dalle successive ristampe di collane d’Arte”. Furono anni convulsi, confusi, contraddistinti da estremismi ideologici e repentine e spesso caotiche trasformazioni, che lo indussero poi, riflettendo con attenzione sui fatti, ad una nuova consapevolezza critica e, infine, ad approdare sul finire del 1977, con la sua ricerca, all’AGRICOLARTE o ARTE DEL BISOGNO, “eleggendo un campo situato sui monti Aurunci a luogo nel quale condurre ricerche parallele per il recupero dei gesti primordiali alle necessità dell’uomo”. Avevano così inizio una nuova fase di vita e una nuova esperienza artistica, (il movimento Agricolarte o Arte del Bisogno era “in sintesi” “Arte della Vita”), che Luigi Pezzato stesso definì inizialmente come “un periodo felice” in cui “il momento espressivo” tornò a fare di nuovo “corpo unico con il concetto da comunicare” ricomponendo e “ricongiungendo quel cerchio che era rimasto interrotto dal 1966”.

Arie concrete di Luigi Pezzato 1970

Arie concrete di Luigi Pezzato. Sul fronte scritti di Filiberto Menna e Achille Bonito Oliva; sul retro appunti autografi di Giorgio de Marchis, saluti autografi di Pezzato. Mostra personale di Luigi Pezzato dal 31 gennaio 1970 presso la Galleria "Oggetto - Studio di Arti Visive" di Caserta, Corso Trieste 177.
http://fondazionedemarchis.it/it/il-fondo/manifesti/arie-concrete-di-luigi-pezzato

domenica 26 luglio 2015

La seconda edizione del Premio “Michele Muro”: l'Operazione Agricolarte

Al termine di tre giorni di dibattiti, mostre ed iniziative varie, dal 2 al 5 gennaio 1982, le manifestazioni di “Obiettivo sull’ambiente”, organizzate dalla Lega per l’Ambiente e dall’Associazione Metropolitana, con il patrocinio del quotidiano “Paese Sera”, si conclusero in una gremita Sala dei Congressi di Castel dell’Ovo a Napoli, con la consegna ufficiale dei riconoscimenti per la seconda edizione del Premio “Michele Muro”. Intitolato al redattore sportivo de L’Unità, morto nel 1978 per una trombosi cerebrale all’età di appena 55 anni, il Premio intendeva assegnare non solo a personaggi dello sport, ma anche ad operatori nel campo della cultura, delle attività sociali e dello spettacolo, un riconoscimento per l’attività svolta ai fini di una migliore “qualità della vita”. A consegnare i premi, sul palco della presidenza, accanto al capo-cronista di << Paese Sera>> Matteo Cosenza ed all’amministratore del giornale Gennaro Pinto, c’erano anche l’assessore provinciale all’ecologia Franco Iacono e l’assessore comunale allo sport Giovanni Bisogni, assieme all’avvocato Franco Campana, presidente dell’Associazione Metropolitana. La commissione del Premio scelse di segnalare le seguenti personalità: Luigi Pezzato, “docente dell’Istituto d’Arte, autore dell’operazione AGRICOLARTE, per il suo impegno nella valorizzazione della cultura e della civiltà contadina”;
Antonino Drago, docente universitario di Fisica, per il suo contributo “ad una vasta presa di coscienza sui problemi della pace e del disarmo”; Giuseppe Luongo, allora dirigente dell’Osservatorio Vesuviano, per il suo contributo, dopo il terremoto del 23 novembre 1980, “ad una larga informazione di massa sui temi di una corretta gestione del territorio”; padre Ernesto Santucci, animatore dell’Operazione Speranza, per “il reinserimento dei giovani tossicodipendenti”; Carmine e Giuseppe Abbagnale e Giuseppe Di Capua, componenti dell’equipaggio stabiese per la prestigiosa e meritatissima “medaglia d’oro ai mondiali di canottaggio”; Claudio Vinazzani, capitano del Napoli, per il suo “attaccamento ai colori della squadra”; Angelo Sormani, allenatore delle squadre giovanili azzurre, per “il suo amore per lo sport” e il “bagaglio di esperienze che mette a disposizione dei giovani”; Pupella Maggio “perché con la sua grande arte” e “straordinaria umanità” ha contribuito a diffondere, “come pochi altri teatranti”, un’immagine di Napoli “avulsa dai luoghi comuni del sentimentalismo e, per contro, radicata nella verità storica e culturale della sua gente”; Sergio Solli, che con passione ed impegno “si è imposto come una delle più sicure realtà create dalla scuola eduardiana”; Eugenio Bennato, che “con la sua Musica Nova ha rinnovato i suoni della tradizione musicale del Mezzogiorno”; Enzo De Caro, “ex componente della Smorfia” per il “suo primo film che sta riscuotendo notevole successo”; Franco Iacono e Gianni Pinto, rispettivamente assessore provinciale all’ecologia e consigliere comunale, per aver il primo contribuito a realizzare una “più ampia collaborazione tra Ente locale e organizzazioni di base” per migliorare la qualità della vita, e il secondo per aver contribuito a dare dignità alle tradizioni culturali napoletane “con il gemellaggio tra Carnevale veneziano e Piedigrotta partenopea”. Fonti: Salvatore Manna, “Paese Sera”, 3 gennaio 1982 e 6 gennaio 1982

venerdì 24 luglio 2015

Tra arte gestaltica e arte programmata: due brevi note critiche di Lea Vergine e Filiberto Menna sulla prima mostra personale di Luigi Pezzato alla Modern Art Agency di Lucio Amelio a Napoli

In occasione della prima mostra personale di Luigi Pezzato, allestita dal 10 al 22 dicembre 1966, alla Modern Art Agency di Napoli, nella sede originaria di Parco Margherita, inaugurata nel 1965 da Lucio Amelio quale galleria d’arte “dedicata ai linguaggi e alle pratiche artistiche più sperimentali”, fu pubblicato un piccolo catalogo con fotografie di Luciano Costa. Le foto ritraevano alcuni lavori realizzati da Luigi Pezzato, allora già trentacinquenne: riproduzioni di alcuni oggetti quali, ad esempio, un “oggetto cibernetico con luminosità in funzione dell’aria erogata” del 1965 e un “modulare quadrico” del 1962, un oggetto in materia plastica riprodotto in 1000 esemplari, proprio in occasione della mostra personale, per le Edizioni della Modern Art Agency di Napoli. Una foto di plurime immagini riflesse in uno specchio dello stesso Luigi Pezzato, con alcune scarne annotazioni biografiche, “Luigi Pezzato è nato nel 1931 a Napoli, dove dal 1954 insegna all’Istituto d’Arte”, e un sintetico elenco di partecipazioni a mostre e premi vinti, dal 1951 al 1966, arricchivano il catalogo. A completarlo due brevi schede, redatte dallo stesso artista: la prima – molto tecnica e sintetica - sulle principali proprietà e caratteristiche dell’oggetto cibernetico del 1965 e la seconda, invece, una sorta di vera e propria dichiarazione di intenti sugli scopi della propria indagine sulla realtà fenomenologica e sui propositi della sua ricerca artistica, che senza escludere “una componente ludica” dei suoi oggetti, destinati ad essere fruiti in edifici e luoghi pubblici, ne sottolineava la loro oggettiva esecuzione meccanica, “con processi di carattere iterativo dove ogni fase lavorativa venga tassativamente controllata ed organizzata in modo tale da permettere una vera e propria produzione in serie”. Il “cuore” del catalogo sono le due note critiche di Lea Vergine e Filiberto Menna. Lea Vergine parte dalla premessa che, trattandosi di una prima mostra personale di un autore che non è più “un diciottenne di belle speranze che ha davanti a sé tutta la vita”, ma di “un accanito e paziente ricercatore ormai oltre i trent’anni”, le condizioni e i rischi di “giocarsi una carta sbagliata” e di esporsi traumaticamente alle critiche sono maggiori e particolarmente difficili. “Questo premesso, a solo titolo di buon augurio e di franca solidarietà, - scrive poi la nota critica d’arte – “esaminiamo le cartucce della trincea di Luigi Pezzato” da lei presentato come un “individuo antipartenopeo per eccellenza, solitario, schivo, isolato, noto sino a pochi mesi fa solo come insegnante all’Istituto d’Arte di Napoli”. Lea Vergine riconosce, tuttavia, come sia ormai in realtà già da “parecchio, comunque, che Pezzato costruisce, disfa e riprova nel suo laboratorio al Calascione” per approdare ora, con le sue “superfici che riflettono deformate le sagome dei visitatori”, ad una proposta di comunicazione visiva a livello estetico “nell’ambito dei rapporti tra percezione ed illusione”. Lea Vergine colloca tale ricerca di Luigi Pezzato all’interno della “poetica” che “è, per sommi capi, quella gestaltica”. “I suoi oggetti sono la registrazione delle strutture (evidenti e affatto palesi) nelle quali si situa la nostra condizione” di cui Pezzato “tende a darci una realtà di ordine semantico”, tramutando “in entità culturali le entità naturali che manipola”, anche se “a volte i materiali di cui si serve posseggono già di per sé un significato: il cubo, il quadrato, la sfera”. Lea Vergine conclude la sua nota critica osservando come, “al di là di un’auspicabile precisione di rifinitura”, Luigi Pezzato – da lei definito come “il nostro esordiente” – “riesca a stabilire con le sue costruzioni un rapporto di significato”. Filiberto Menna, nel suo contributo critico, parte invece da alcune riflessioni di carattere filosofico ed estetico sul significato serissimo del gioco, un “apparente paradosso” negato dalla cultura imprenditoriale dei “pioneri del capitalismo”, i quali hanno finito per divulgare “un’idea mitica del lavoro” per cui “solo quest’ultimo ha dignità e tanto più se si accompagna allo sforzo, alla fatica e alla pena”, contrapponendola a ciò che si fa “con levità, con gioia, per il puro piacere di farla” che “non è un lavoro, quindi non è una cosa seria”. Filiberto Menna osserva come il “progresso tecnico, liberandoci progressivamente dalla fatica e dai compiti più strettamente meccanici inerenti ad ogni tipo di lavoro, ci libererà anche da quel sillogismo puritano” favorendo sempre di più un’auspicabile “integrazione”, come già suggerito da Rosario Assunto “in suo libro felicissimo di qualche anno addietro”, tra i “due termini del binomio, dell’hobby e del job”, tra libertà ludica e necessità e costrizione del lavoro. Secondo Filiberto Menna alla “base dell’opera di Luigi Pezzato” c’è proprio il gioco inteso in questo modo, nel suo significato più profondo e filosofico, appunto, quale “rapporto tra libertà e necessità” che “racchiude in sé stesso la regola del proprio libero e imprevisto divenire”. I “congegni” costruiti da Pezzato, infatti, “sono programmati con rigore (oltre che realizzati con cura ed estrema pulizia), ma la legge interna che li governa consente alla cosa di assumere una molteplicità pressoché infinita di forme”. Filiberto Menna iscrive, a tal proposito, l’opera di Pezzato nell’ambito dell’arte programmata. “Come ogni arte programmata, cioè, anche l’opera di Pezzato concilia la regola e il caso, la legge e l’azzardo, e propone se stessa come trattenimento, come spettacolo e gioco nel senso più profondo che possiamo dare a questi termini, ossia come mezzo di liberazione e di riscatto se non dal tragico almeno dal necessario quotidiano”. Filiberto Menna conclude la sua nota sottolineando come l’opera di Pezzato “possiede un’altra caratteristica fondamentale” dell’arte programmata, “ossia la trasferibilità delle sue strutture in ambiti di più vasta portata sociale, in cui “l’oggetto iniziale dell’artista, proprio perché è realizzato in base a dati misurabili e costanti, può rivivere senza perdere la sua struttura fondamentale (anzi, proprio in virtù di essa) in un’opera più complessa” contribuendo così alla “realizzazione di quegli spazi estetici totali
cui dovrebbe tendere la collaborazione di artisti, architetti e urbanisti.”

giovedì 23 luglio 2015

Biografia di Luigi Pezzato

Luigi Pezzato, scultore e pittore, ideatore e fondatore del movimento Agricolarte, nacque a Napoli il 10 Maggio 1931, da Leone Pezzato (? - 1943) e Coppola Carmela (1891-1975), insieme ai fratelli Antonio (1921-1990) Aldo (1925-1943) e alle sorelle Maria (1927-1999 ) ed Elena (1932-2003 ).
In un suo raro e breve scritto autobiografico, rievocando i “periodi angosciosi della prima gioventù, vissuta sotto il segno tormentoso” della guerra, dei bombardamenti e dell’ultima eruzione del Vesuvio, annotò i due eventi più significativi che si incisero nella sua memoria di preadolescente: la morte del padre, a soli 52 anni, “accanito fumatore, per una banale broncopolmonite a quei tempi incurabile per la mancanza di medicinali appropriati e con un’ulcera allo stomaco” e la morte del fratello Aldo, appena diciottenne, “trucidato dai tedeschi in ritirata”, assieme ad altri suoi coetanei, eventi entrambi avvenuti a San Salvatore Telesino, “dove eravamo stati ospitati affettuosamente da uno zio, fratello di mia madre”. Accanto a tali eventi luttuosi rievocò altre immagini che, in modo altrettanto indelebile, s’impressero nella sua memoria: reduci da San Salvatore Telesino a Napoli, nella casa natia alla Via della Piazzola al Trivio 18, la figura di “mia madre affranta dal dolore”, quella delle due sorelle Maria ed Elena, “l’una seconda e l’altra ultima di cinque fratelli, (il primo dei cinque, Antonio, era in marina), la distesa di case e casupole, caserme e ciminiere che si stendevano fino alle falde del vulcano”, osservate dal balcone della casa. “Era il 1945. Mia madre lavorava di cucito e come unico sostegno, malgrado fosse brava e avesse clienti a Benevento, Roma e Napoli “smazzava” fino alle 4 di mattina sulla sua macchina da cucire per finire in tempo le ordinazioni che poi doveva consegnare secondo le date stabilite. Andava fiera del suo lavoro sia per le soddisfazioni che le procurava sia perché riusciva a soddisfare le esigenze della famiglia”. “Abbiamo continuato ad abitare l’appartamento al V piano fino al terremoto del ’62. Il palazzo di proprietà della ditta M. Herb, che produceva semi e brevetti di nuovi esemplari di piante e di cui mio padre e mio nonno erano i direttori e ricercatori, fu abbattuto poco tempo dopo e al suo posto ce n’è ora un altro”. Sempre in questo suo scritto, così egli descrisse il suo successivo percorso umano e artistico: “Frequentavo la II media con scarso profitto e interesse e fui sul punto di andare a bottega; poi, uno zio scorse un manifesto della scuola d’arte di piazzetta Salazar e nel ’47 mi ci iscrissi. Ho frequentato la scuola fino al magistero e nel ‘54/’55 ebbi il primo incarico di Aiuto-Laboratorio”. Frequentò l’Istituto d’Arte di Napoli dal 1947 conseguendo prima la Licenza del Corso Superiore dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli – Sezione “Arte dei Metalli” e, successivamente, nell’anno scolastico 1953-1954, il Diploma di Abilitazione all’insegnamento artistico “Arte dei Metalli” negli Istituti e Scuole d’Arte. Dal 13 Ottobre 1954 prestò servizio in qualità di aiuto-laboratorio nella Sezione Metalli dell’Istituto d’Arte di Napoli, riportando la qualifica di Ottimo per il servizio ininterrottamente prestato negli anni scolastici 1954-1955, 1955-1956, 1956-1957, 1957-1958 fino al 31 Marzo 1959, data in cui tale incarico venne a cessare a seguito di dimissioni volontarie. Dall’Ottobre 1959 fu insegnante incaricato di Disegno Professionale nella Sezione Metalli dell’Istituto d’Arte di Napoli, dove insegnò fino al termine del 1984, anno in cui rassegnò le sue dimissioni per motivi di salute. Partecipò, fin dal 1951, con le sue opere a diverse mostre d’arte, nazionali e internazionali, collettive e personali, in gallerie pubbliche e private, per complessive 50 presenze, ricevendo segnalazioni favorevoli sia sulla stampa che in televisione. Hanno scritto di lui 25 critici d’arte, tra i quali Lionello VENTURI, Filiberto MENNA, Achille BONITO OLIVA, Lea VERGINE, Giorgio DE MARCHIS, Nino MASSARI, Angelo TRIMARCO, CASTELLANO (Luca), Tommaso TRINI, Topazia ALLIATA, Giusi BENIGNETTI, Lara V. MASINI, Maria PADULA, Paolo RICCI, Vittorio RUBIN, Arturo BOVI, Giuseppe GATT, Gianni CAVAZZINI, Oscar DA RIZ, Sandro MORICHELLI, Piero GIRACE, Virgilio COLETTI, Vitaliano CORBI, Ciro RUJU, Giorgio TEMPESTI, Gianni CONTESSI , Luciano CARUSO, Maurizio FAGIOLO DELL’ARCO e altri.. Nel 1953 gli venne assegnato il 1° premio per il concorso “La Ricostruzione del Mezzogiorno”, indetto dalla Camera Industria e Commercio di Napoli. Nel 1954 gli venne assegnato il 1° premio “La Precisa”. Espose sue opere alla “IX Triennale di Milano” del 1951, alla “I Rassegna d’Arte Figurativa” di Napoli del 1956, alla “II Biennale Internazionale del Bronzetto” di Padova del 1957, alla Mostra del “Premio d’Arte Figurativa Il Titano” (San Marino) nel 1958, al “Premio del Ministero della Pubblica Istruzione” presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1961, alla “III Mostra Internazionale di Arte Contemporanea” a Capri nel 1962, alla “II Biennale d’Arte del Metallo” a Gubbio nel 1963, alla “III Mostra Nazionale Arte Sport” di Firenze nel 1963, a Palazzo Cerio per il Premio “Selezione Capri” nel 1963, alla “I e II Rassegna Napoli – Campania” nel 1965 e 1966 presso il Padiglione Pompeiano nella Villa Comunale di Napoli, alla Modern Art Agency di Napoli, nel giugno e nel dicembre 1966 (Mostra Collettiva e Personale), alla “II e III Rassegna d’Arte nel Mezzogiorno” di Napoli nel 1967 e 1968. Nel 1967 espose le sue opere alla Galleria “L’Obelisco” di Roma (“La Luce”), alla Libreria Guida di Napoli (“L’oggetto e l’immagine”), alla Mostra itinerante “Strutture organizzate”, alla Fifteen International – La Modern Art Agency al X FESTIVAL DEI DUE MONDI di Spoleto, al XVIII Premio Avezzano “Proposte uno” ad Avezzano (Premiato), alla Mostra “Lido Azzurro” di Torre Annunziata, alla Mostra Internazionale Pittura “Conca Verde” di Massalubrense (Premiato), alla Mostra Collettiva presso la Modern Art Agency di Napoli, alla Mostra “L’ Era Spaziale” presso la Galleria “L’Obelisco” a Roma. Nel 1968 partecipò alla Mostra del Metallo presso la Galleria “Il Cerchio “a Roma, espose alla Galleria Contemporaine Laronge a Geneve, al “Premio Biennale Nazionale di Pittura” a Passignano sul Trasimeno, ad “Arte in Campania – Ricognizione”, alla Mostra Personale alla Galleria Il Bilico a Roma, alla Mostra Collettiva presso la galleria del “Teatro Instabile Napoli (tin)” a Napoli, a 2001 Gavina a Roma, alla Biennale d’Arte del Metallo di Gubbio. Nel 1970 sue opere furono presentate alla Mostra Personale alla “Galleria Oggetto” a Caserta, alla “V Rassegna Grafica Italiana” a Napoli, al “X Concorso Nazionale del Mobile” di Trieste per una “Proposta di metodologia globale della progettazione”, dove vince il primo premio, alla “VI Biennale d’Arte della Ceramica” a Gubbio (premiato per il progetto “Proposta di metodologia globale della progettazione” con medaglia speciale), a “Nuova Tendenza 4”, alla Gallerija Grada di Zagabria. Progettò e realizzò una Spazio-Struttura in acciaio inox speculare per la sede della Olivetti di Copenhagen. Nel 1971 partecipò alla Mostra collettiva degli Artisti dello Studio di Arti Visive “Oggetto” a Caserta Vecchia. Suoi lavori di pittura e scultura si trovano presso collezionisti privati ed Enti Pubblici, quali l’Ente Provinciale Turismo e la Camera di Commercio di Napoli, … Altri suoi lavori si trovano presso la Cappella Alunnato nella Basilica di San Paolo a Roma, presso l’altare maggiore della Chiesa M. S. del Carmine al quadrivio di Arzano (Napoli) e presso la Chiesa S. Trofimena a Minori in provincia di Salerno, (Via Crucis in bronzo). “Ebbi a maestri Ennio Tomai e Romolo Vetere, sia l’uno che l’altro ottimi scultori ma poco interessati alle vicende sociali, una sorta di scultura prevalentemente fondata sulla pratica espressiva. I miei lavori, che conducevo in disparte allo studio del Calascione, erano contro corrente e le poche volte che li ho sottoposti al parere dei miei maestri non hanno riscosso approvazione. Il Prof. Gelli chiamava quei bronzi ”chiavistelli”. La prima affermazione di un certo rilievo l’ottenni nel ’52 allorché partecipai ad una biennale del Bronzetto di Padova e il mio lavoro fu lodato da Lionello Venturi e da altri critici che lo definirono ‘gestaltico’. Fu teletrasmesso assieme a sculture di Archi……di Arp e meritò un premio. La cosa mi inorgoglì parecchio e nel contempo mi sprofondò in un’angoscia perché non sapevo da che parte rivolgermi per colmare l’ignoranza che mi si era rivelata all’improvviso, non sapendo dare senso agli apprezzamenti che mi erano venuti da più parti. Fino al ’66 mi sono logorato in una ricerca che ritengo la più significativa per pregnanza di contenuti, seppure condotta sul filo dell’intuizione e della riflessione ma senza possibilità di confronti, in quanto il quadro culturale allora emergente era costituito da mostre alla “Galleria Medusa” di Via Chiaia dove vi si succedevano personali di Vespignani, Guttuso, De Stefano al “Blu di Prussica” di Via dei Mille dove ho visto per la prima volta Augusto Perez, alla galleria “Il Centro” nella quale la migliore avanguardia presentava la corrente informale, mentre al “Circolo degli Artisti” di Piazza Trieste e Trento, fra mostre di maestri dell’ultimo novecento, imperversava Roberto Pane che teneva conferenze alle quali puntualmente intervenivano signore con cappelli firmati che non stavano ferme un momento; sicché era ancora più difficile seguire l’oratore lungo il filo del suo discorso. Nel quadro culturale napoletano, caratterizzato da mostre di pittori dell’ultimo ottocento, dal nuovo realismo e dall’informale non avevano riscontro certo le costruzioni razionali che il sottoscritto andava collezionando. Certamente, però, ad una rilettura critica di quanto si andava proponendo, deve essermi saltata alla coscienza l’esigenza di mediare le due tendenze allora in essere: il razionale da una parte e l’informale dall’altra. Sono di quel periodo, infatti, le costruzioni cubiche di ordine/disordine. Nel ’65, invitato alla mostra che la Promotrice S. Rosa organizzò nella sala Pompeiana alla villa Comunale, esposi un’opera costituita da un insieme strutturale di forme esaedriche: massa-spazio, rumore-silenzio, luce-ombra, di chiara marca gestaltica e di impianto linguistico inequivocabile. Gli oggetti esposti a questa mostra sollecitarono l’attenzione di critici napoletani quali la Sig.ra Lea Vergine la quale si dimostrò subito interessata a tale produzione. È il periodo nel quale Ella con Enzo Mari era intenta a dare vita alla rivista “Linea struttura” che ebbe vita breve (un solo numero pubblicato). Nello stesso periodo venivo contattato dal critico d’Arte del Mattino Filiberto Menna, per mezzo del gallerista Lucio Amelio, il quale si propose per una presentazione alla personale che in quell’anno avrei tenuto alla Modern Art Agency con nel catalogo le presentazioni di Lea Vergine e Filiberto Menna sotto la regia dell’Amelio. La presentazione di Lea Vergine recita così: “La prima personale finisce con l'essere innanzi tutto traumatica e difficile: traumatica perchè per la prima volta si scoprono le batterie di fronte al nemico, e ad esso volontariamente ci si dà in pasto, accettandone e inghiottendone le reazioni; difficile di conseguenza.. In questo caso la difficoltà aumenta perché il debuttante non è il diciottenne di belle speranze che ha davanti a sè tutta la vita per rifarsi la bocca degli esiti dell’esperienza ma un accanito e paziente ricercatore ormai oltre i trent'anni . Condizioni, date le quali, giocarsi una carta sbagliata non si risolve con un: "Scusate. Ho sbagliato . La prossima volta farò meglio". Questo premesso, a solo titolo di buon augurio e di franca solidarietà, esaminiamo le cartucce della trincea di Luigi Pezzato, individuo antipartenopeo per eccellenza, solitario , schivo , isolato , noto fino a pochi mesi fa solo come insegnante all'Istituto d'Arte di Napoli. È da parecchio, comunque, che Pezzato costruisce, disfa e riprova nel suo laboratorio al Calascione; ed oggi approda a questa sorta di esercizi che sollecitano e verificano quanto è illusorio e quanto non lo è, a superfici che riflettono deformate le sagome dei visitatori; i n breve ad un proposta nell'ambito dei rapporti tra percezione e illusione. Anche Pezzato si propone di comunicare visivamente a livello estetico facendo uso di ambiguità d'immagine e praticando un rapporto tra cultura e società; la poetica diciamo che è, per sommi capi, quella gestaltica. I suoi oggetti sono la registrazione delle strutture evidenti e affatto palesi nelle quali si situa la nostra condizione. Pezzato tende darci una realtà di ordine semantico, tende a tramutare in entità culturali le entità naturali che manipola – a volte i materiali di cui si serve posseggono già di per se un significato: il cubo, il quadrato, la sfera. Mi pare che, al di là di un’auspicabile precisione di rifinitura, il nostro esordiente riesca a stabilire con le sue costruzioni un rapporto di significato. “ Luigi Pezzato, come artista, si dedicò dunque, inizialmente, in particolare all’attività di ricerca nel campo della comunicazione non verbale, partecipando, fin dal 1951, a mostre d’arte - sia collettive, sia personali – in gallerie pubbliche e private – per complessive 50 presenze. “I materiali da me usati erano”, come egli stesso ha lasciato scritto, “acqua, luce, aria, rumore, silenzio”. (Curriculum vitae con foto dei suoi lavori ed elenco premi e mostre). Negli anni tra il 1964 e il 1972 lo occupò un’altra ricerca, “il cui oggetto era una megastruttura urbanistica, uno spazio a mobilità totale per grandi concentrazioni abitative allo scopo di ridurre la cementificazione selvaggia”, progettando una “una spazio-struttura, che fu realizzata nel 1970 su commissione della società Olivetti a Copenaghen, in acciaio inox speculare con pannelli concavi disposti fra di loro a 60° gradi e sovrapposti l’uno sull’altro”. (FOTO SPAZIO-STRUTTURA). Entrato in contestazione, già dal 1969, con i canali propri del mercato dell’arte e “con il circuito della mercificazione, riacquistando libertà di azione e di riflessione”, trasferì negli anni successivi la sua ricerca ”nell’ambito della scuola con alterna fortuna”. Dal 1973 al 1977, allargando l’incidenza delle sue azioni nell’ambito sociale, fu tra i promotori del Collettivo Presenza e Vigilanza (C. P. V.) – Lavoratori della Scuola – Regione Campania, per il “recupero della realtà come totalità concreta”, allo “scopo principale di moralizzare e respingere l’attacco convergente che la critica “interessata”, con l’appoggio di non pochi faccendieri, promuoveva per “donare alla capitale del mezzogiorno la Galleria Regionale d’Arte Moderna!”. “La lotta di quegli anni condotta a viso aperto”, - scrisse Luigi Pezzato – “mi fruttò l’alienazione definitiva dei critici che si vendicarono ritirando opportunamente (come usano fare i gestori del potere borghese) il loro appoggio e radiandomi nelle successive ristampe di collane d’Arte”. Il 22 Luglio del 1975, nel frattempo, nell’ospedale di Formia, dove trascorreva le sue vacanze con i figli Antonio ed Elena e i suoi nipoti, moriva sua madre Carmela, a cui egli fu sempre fortemente e profondamente legato. La sua ricerca lo condusse a soffermarsi e a riconsiderare il ruolo svolto dall’agricoltura nella società odierna. “Le osservazioni e indagini fatte fra amici contadini della frazione di Maranola di Formia” – scrive in una pagina manoscritta – gli rivelarono “una serie di fatti molto interessanti sulla vita condotta da loro e sul tipo di economia che sorregge la comunità”, tra cui il “ruolo e il patrimonio culturale che distingue queste comunità da quelle inurbate. Patrimonio culturale capace di produrre il ciclo completo del necessario alla vita dell’uomo e della comunità e che riesce a conservare come in una sorta di Museo vivente gli usi e i costumi di una civiltà che si vorrebbe estinta dalla società consumistica in quanto appunto sfugge e rimane refrattaria al suo controllo”. Approdò, infine, nel 1977, dopo una “riflessione attenta su tali fatti”, e nello stesso periodo in cui nasceva, ad opera del giovane sindaco di Isola del Piano, Gino Girolomoni, la Alce Nero Cooperativa, una delle prime esperienze agrobiologiche in Italia, all’Agricolart, poi Agricolarte o Arte del bisogno, che ha per marchio una Falce e Cavolo del 1980. (FOTO DEL MARCHIO + FOTO DI GIULIANO TERESI). Operando all’interno del binomio superfluo/necessario, elesse un campo, acquistato incolto in località Filetto di Maranola sui Monti Aurunci a 850 metri d’altezza, quale luogo in cui condurre “ricerche parallele per il recupero dei gesti primordiali alle necessità dell’uomo, riproponendo spazio/strutture vegetali ed animali nel processo del biologico-naturale (Contesa ecologica)”. “Fu questo un periodo felice nel quale il momento espressivo tornò a fare corpo unico con il concetto da comunicare, ricongiungendo quel cerchio che era rimasto interrotto dal 1966.” Qui iniziò a mettere in pratica la coltivazione biologica. La filosofia di Agricolarte o Arte del Bisogno “muove dalla dicotomia Arte della vita/Arte della Morte”. Il primo manifesto del 1980 recita: “Agricolarte o Arte del Bisogno è figlia legittima della società odierna, nasce dal vuoto prodotto dall’alienazione dei falsi bisogni indotti dalla logica del superfluo, propria dell’economia consumistica e viaggia verso il recupero del necessario ai bisogni della vita dell’uomo e dell’ambiente” con l’obiettivo della “Ri-conquista del pianeta Terra e della riappropriazione dei modi e dei mezzi di produzione da parte di una nuova classe di operatori culturali coscienti e in lotta per il ripristino nelle campagne del processo biologico-naturale, per la produzione di attività agro-alimentare sana, non inquinante e quindi preventiva di malattie cosiddette da civilizzazione (cancro, tumori, leucemie…) atte a favorire la buona salute dei consumatori e a preservare l’ambiente per le future generazioni.” L’appello è indirizzato a quanti, “dotati di sensibilità ed “antenne”, sono disponibili a restaurare, con comportamenti adeguati, il pianeta Terra. L’imperativo è quello di coniugare storia, tradizioni e progresso scientifico per ripristinare l’equilibrio biologico compromesso”. Dalla morte dell’arte (Hegel) all’affermazione dell’Arte = Vita, l’Agricolarte si propone di restituire alle comunità agricole, ai pastori e contadini, ai loro luoghi la coscienza di essere “autentici produttori di economia privilegiata operanti per vocazione nel rispetto dell’ambiente naturale, autentici artisti della vita operanti in autentiche gallerie di arte concreta, le zone interne ancora intatte e incontaminate”. Nel periodo Luglio-Settembre 1981 presentò strutture audio-spazio-visive-olfattivo-gustative vegetali ed animali. Allestì nel 1981, con la 17° Comunità Montana dei Monti Aurunci, nel quadro delle promozioni già intraprese nel comprensorio per il recupero di un’economia privilegiata fondata sulla pastorizia, sull’agricoltura biologico-naturale e sull’artigianato derivato da tali attività, la 1° Esposizione di “Energia dal sole – Economia privilegiata” per attirare l’attenzione sulle potenzialità dell’energia solare e dell’agricoltura biologica. (CARTELLETTA DEL CONVEGNO CON CARTINA, FOTO MONTI AURUNCI E FOTO STOMACI DI CAPRETTI LATTANTI DISSECCATI USATI DAI PASTORI DELLE ZONE INTERNE IN PERCENTUALE AL LATTE DA LAVORARE IN “MAZZOLINA”, “JUNCATA” O RICOTTA + CALENDARIO 1982 CON FOTO DEL PASTORE LORENZO TREGLIA, ALESSANDRO FORTE, SINDACO DI VALLEMAIO CAV. CIONE, UNITÀ AGRO-PASTORALE DI TERILLI DOMENICO, ASSESSORE PAOLO FERRARA DELLA COMUNITÀ MONTANA, MARIA CIVITA DI MARANOLA). Esplicito fu l’invito rivolto agli “abitatori delle città e desiderosi di sfuggire all’afa pomeridiana, di godere aria salubre ed apprezzare cibi genuini, a visitare gli insediamenti naturali ed artificiali nel territorio collinare e montuoso delle zone interne, presentandone i paesaggi con rilievi montuosi e valli ricchi di colorata vegetazione, boschi, pinete, pascoli, aria pura ossigenata odorosa di resina ed essenze pregiate, le rocce con sorgenti ed acqua ancora una volta sana, le acque termali, gli impianti di generatori elettrici fotovoltaici ed eolici, climatizzatori di serre presso casolari di pastori-contadini, autentici produttori di economia privilegiata e operanti per vocazione nel rispetto della natura e dell’ambiente”. L’Agricolarte identificò l’opera d’arte quale prodotto autentico dei pastori-contadini operanti in autentiche gallerie d’arte concreta, “in stretta osservanza delle regole della natura, energia solare (sole, acqua, terra), autogratificati con quello che sono in grado di strappare dal processo della pastorizia (mediante una tecnologia essenziale), restituendo all’ambiente concime organico anello insostituibile alla catena biologica capace di rigenerare il suolo restituendogli quegli elementi necessari al suo rinnovamento strutturale per la vita delle piante, per la salute dell’uomo e dell’ambiente (escrementi, lombrichi, humus). I pastori sono essi stessi, nel proprio ambiente di lavoro abituale (i monti, le foreste, i pascoli, le mandre, le greggi, le sorgenti, la pioggia, la neve, la terra, il sole, le rocce, le ginestre, le eriche) che si restituiscono alla lettura come valore estetico e ci inducono a riflettere sul ruolo che essi vanno svolgendo nell’edificazione della società post-consumistica”. Scopo dell’Esposizione-Intervento, “oltre che mirare all’individuazione e al riconoscimento dell’opera condotta da questi operatori oggi spinti al limite della scala sociale, è anche il recupero di quei valori di genuinità e di tradizione che ci sono pervenuti attraverso costoro. È di questo recupero che devono farsi carico gli amministratori, mediante una politica di interventi nei comprensori tesa a fornire ai pastori-contadini quelle infrastrutture necessarie (depositi di acqua, di fieno, strade praticabili, funivie per raggiungere luoghi impervi, pascoli, strutture sanitarie adeguate, campi di sperimentazione per la promozione di agricoltura naturista, installazione di impianti di energia pulita ecc.) ad incentivo e sviluppo e ad una conduzione meno faticosa di tale lavoro, restituendo loro dignità ed efficienza e costituendo un richiamo per i giovani. Sorgono ormai a centinaia, se non a migliaia, associazioni naturistiche o sedicenti tali, sull’onda crescente della domanda da parte di consumatori inurbati che cercano scampo pagando fior di quattrini per prodotti che poi di naturale hanno ben poco o paradossalmente si pubblicizzano prodotti dietetici venduti esclusivamente in farmacia! Basterà promuovere e stimolare la gente di questi luoghi ad una maggiore produzione di cibi genuini e naturali, pubblicizzando tale produzione e mettendoli in contatto con i consumatori, in modo da assicurare agli uni e agli altri la garanzia di uno scambio senza intermediari…favorendo una nuova forma di turismo…incoraggiando una politica culturale fondata sulla incentivazione della produzione e consumo in loco di prodotti naturistici, opportunamente protetti con disposizioni e sensibilizzando gli operatori al rispetto del consumatore…Presso i pastori e contadini delle zone interne sarà possibile gustare con modica spesa e fare incetta di cibi genuini come la famosa “mazzolina”, formaggio di capra tipico della zona, polli ruspanti, capretti, pane di grano casereccio, vino genuino, verdure (tutto con procedimenti naturali) e poi castagne, noci, olive e olio di cui è rinomata la produzione di Itri e dintorni per qualità e quantità di prodotto. Producono, inoltre, con rara abilità e perizia attrezzi ed utensili nonché stoviglie e ciotole e quant’altro è a loro necessario alla pratica della pastorizia e agricoltura, come campanacci di metallo, stuoie di fibra vegetale, indumenti di lana. Presso alcuni di loro è possibile trovare ospitalità con tenda propria”. (MANIFESTO DELL’AGRICOLARTE CON FOTO DI LUIGI PEZZATO CON FALCE E CAVOLO). Fu l’organizzatore del Convegno sullo stesso tema, il 28-29 Novembre 1981 presso l’Hotel S. Egidio di Castelforte – Suio Terme, cui parteciparono noti esponenti della politica e della cultura ambientalista italiana, tra cui Giannozzo Pucci, Antonino Drago, Nico Valerio. (RECENSIONE GAZZETTA DI GAETA, 25 GENNAIO 1982, di Roberto Mari che auspica la pubblicazione degli Atti del Convegno.) Nel 1982 fu l’autore del Manifesto dal titolo “Per una nuova dimensione estetica, per un turismo del bisogno o della salute” e fondatore della Cooperativa di produzione Agricolarte a r. l. di Maranola, di cui fu anche Presidente fino alle sue dimissioni nel 1985. Successivamente, con Decreto 30 novembre 2001 fu deliberata la Liquidazione coatta amministrativa della societa' cooperativa "Agricolarte, societa' cooperativa agricola a r.l.", in Formia, e nominato un commissario liquidatore. (Decreto n. 15/2001). (CALENDARIO AGRICOLARTE DEL 1985 CON INTRODUZIONE, IMMAGINI E CITAZIONE DI TESTI di Robert Frederick, Nico Valerio, Andrè Passebeq, Luigi Costacurta, Jean Valnet, Francesco Garofalo). Nel Maggio del 1986 promuove, a nome della Società Cooperativa Agricolarte A.R.L. con sede a Maranola (LT). il 1° Corso di Formazione all’Agricoltura Biologica Naturale e alla Pastorizia nel Sud Pontino per un turismo della salute nei Monti Aurunci e il Convegno “Alimentazione biologica naturale per un turismo della salute nei Monti Aurunci,” con relatori quali Nico Valerio, Fernando Di Jeso, Gino Girolomoni di Alce Nero, Giannozzo Pucci e Luciano Picchiai, organizzando altresì a Maranola la 1° Sagra paesana di cocuzza e fasugli, con manifestazioni di musica popolare, una mostra documentario sulle tecniche agricole e artigianali con proiezione di diapositive, anche allo scopo di costituire un “Centro di testimonianza degli usi e dei costumi locali”. Il 28 Novembre 1990, all’ospedale Cardarelli di Napoli, si spegneva anche suo fratello maggiore Antonio. Purtroppo gli ultimi anni della sua vita, già compromessi da problemi di salute (un diabete insulino-dipendente dal 1970 al 1985, una fibrillazione atriale) furono consumati inesorabilmente dalla dialisi - dal 1991 al 1993 - ponendo fine ai suoi progetti e ai suoi sogni. In una lettera del 14 Novembre 1991, indirizzata a Marina……, ricoverato nell’ospedale di Formia in preparazione della dialisi, egli descrisse le sue tribolazioni e la sua malattia come “una prigione, che se da una parte, attraverso la dialisi, mi permette la sopravvivenza, nello stesso tempo mi rinchiude in uno spazio a metà fra la vita e la morte, un’attesa che è commiato, una sospensione indicibile”. In questa stessa lettera pregò la sua interlocutrice di “portare a conoscenza di chi può essere interessato” della sua decisione sofferta di vendere “una casa da me costruita nell’82 a ridosso dei Monti Aurunci, in un posto incantevole, a 8 km dal mare, 850 metri s. l . m.. Il luogo è indicato per gli amanti della natura, delle passeggiate in montagna, aria pura, pulita, terreno ottimo per un’agricoltura familiare in zona parco”. A quella casa egli aveva messo nome “Tre tetti” e le aveva dedicato tanta parte delle sue migliori energie negli ultimi anni della sua vita. In zona montana, località Filetto di Maranola a 13 km da Formia, 100 m² e 2400 m² di terreno agricolo e alberato a frutteto, con un impianto a energia solare fotovoltaico, una cisterna di acqua piovana di 48 m³ dotata di autoclave, acqua calda, la casa fu venduta…Ma zio Gigi vive ancora là, insieme ai suoi pastori artisti della vita Peppe Accetta, Domenico Terilli, Antonio detto Gesù Cristo, ai suoi cavolfiori e alle sue galline. Morì il 21 Agosto 1993, a soli 62 anni, nell’ospedale di Formia, in un caldo pomeriggio d’estate. I suoi resti riposano nel piccolo cimitero di Maranola, ai piedi della Cima del Redentore e dei Monti Aurunci, tra il suo mare, lungo il litorale da Minturno, Scauri, Gianola, Santo Janni, Formia, Gaeta fino a Sperlonga e le sue montagne. Nella casa medioevale di Maranola, da lui acquistata e con amore e passione ristrutturata, c’è ancora sua moglie, Emilia Teresi in Pezzato, a custodire opere, documenti e ricordi. Tra le sue ultime iniziative figura la proposta di realizzazione di una Stele Celebrativa, una sorta di Monumento promosso dal Movimento Agricolarte o Arte del Bisogno = Arte della Vita, costituito da “una moltitudine di stele celebrative attestanti la nuova coscienza dei “VIVI ATTENTI” per celebrare la nuova categoria dei “MORTI DISTRATTI DALLE SEDUZIONI PUBBLICITARIE”, vittime innocenti della più grande guerra di tutti i tempi. La Stele Celebrativa, costituita da 12 pannelli concavi in acciaio inox speculare, dalle dimensioni di cm. 0.90x30x0.60 sono disposti l’uno sull’altro in modo che ognuno di essi formi un angolo di 60° gradi sia con quello che lo precede, sia con quello che lo segue. Tali pannelli sono per superficie e forma atti a portare incisi i nominativi di quanti avranno aderito all’iniziativa. La Stele Celebrativa è eretta dai VIVI ATTENTI e dedicata ai MORTI DISTRATTI che, con il loro sacrificio innocente ma colpevole, hanno creato coscienza nei VIVI ATTENTI, premiandoli e additandoli alle future generazioni come autentici salvatori del pianeta Terra e permettendo ai VIVI DISTRATTI di ravvedersi, rientrando nel circuito del Biologico-Naturale”. La proposta è preceduta da una breve introduzione, in cui egli scrisse: “I grandi capovolgimenti sociali ed economici che si vanno producendo in questo scorcio di secolo sono la conseguenza delle profonde trasformazioni della società post-industriale. I mass-media, la tv, gli spot pubblicitari, i modelli consumistici di produzione e di comportamento sono diventati un potente strumento di seduzione per piegare in modo subdolo e accattivante le masse, orientandole verso mercati e stili di vita sempre più standardizzati ed omologhi. Dalla società riformata divisa in classi socio-economiche si è passati oggi a quella dei “presenti” e degli “assenti”, degli “attenti” e dei “distratti”, categorie che da un lato identificano chi in modo critico e consapevole cerca di difendersi dal consumismo industriale, dall’inquinamento e dall’alimentazione sempre più sofisticata; dall’altro chi si lascia distrarre dai bisogni primari seguendo le seduzioni pubblicitarie e i modelli tecnologici di consumo e di vita…L’attività pratica della Cooperativa AGRICOLARTE coltiva i campi della conoscenza, fra tradizione e progresso scientifico, per una migliore qualità di vita dell’uomo e dell’ambiente (Arte della Vita), capace di esprimere al meglio lo spirito divino, il soffio vitale che anima e rinnova attimo per attimo la faccia della Terra, preservandola dalle catastrofi e dalle forze del male (Arte della Morte)…Nel flusso di vita e di morte, l’umanità viaggia inseguita da bisogni reali e fittizi. Il potere economico gestisce il nostro modo di vivere sconvolgendo culture e tradizioni, programmando vita e morte e coinvolgendoci in atrocità e mostruosità di cui siamo inconsapevolmente attori e vittime innocenti…Le catastrofi, da quelle nucleari a quelle geofisiche a quelle alimentari, ci coinvolgono tutti, unificando regioni e continenti e rendendoci uguali nella morte chimica. ..Fino agli anni ’50 l’uomo si è nutrito, senza averne coscienza, con alimenti naturali…L’avvento della chimica lo sottrae agli stenti, alla fame di un’agricoltura pulita ma povera e lo avvia verso il consumismo industriale, verso l’opulenza…Ha avuto così inizio, dopo il triste genocidio delle razze negli anni ’40, la più grande guerra di tutti i tempi ma anche la più subdola, perché – passando per i piaceri del palato, delle tavole imbandite delle grandi abbuffate – in modo apparentemente pacifico ha mietuto vittime a milioni, ne miete e ne mieterà… È da questi morti, distratti da vivi dai bisogni primari e imbrigliati in quelli superflui e sovrastrutturali, dal loro sacrificio innocente ma colpevole, dalle catastrofi ambientali che, tuttavia, nasce e si rafforza la coscienza ecologista dei singoli, delle aziende, delle cooperative e dei movimenti che sono oggi la punta di diamante di tutta l’agricoltura biologico-naturale…Sono, dunque, tutti questi morti, distratti da vivi dalle seduzioni pubblicitarie e la coscienza ecologista generata da questi nei vivi “attenti” il presupposto del movimento Agricolarte o Arte del Bisogno, che si colloca per questo riconoscimento dicotomico in modo originale nel più vasto contesto dei movimenti ecologisti”. Luigi Pezzato fu, a modo suo, tra contraddizioni e ingenuità, un precursore. Nato e vissuto nell’era pre-computer ed Internet, animò negli ultimi anni della sua esistenza la vita culturale ed artistica del basso Lazio e di Maranola e, come ha scritto di lui Nico Valerio, fu “uno dei suoi cittadini più creativi, intelligenti, generosi, anticipatori e idealisti”. Ad un movimento come Slow Food, fondato da Carlo Petrini nel 1986 o Terra Madre, meeting mondiale tra le Comunità del Cibo, lui avrebbe sicuramente dato il suo apporto e contributo, in nome di ideali e valori condivisi quali il “dare la giusta importanza al piacere legato al cibo, imparando a godere della diversità delle ricette e dei sapori, a riconoscere la varietà dei luoghi di produzione e degli artefici, a rispettare i ritmi delle stagioni e del convivio, la necessità dell’educazione del gusto come migliore difesa contro la cattiva qualità e le frodi e come strada maestra contro l’omologazione dei nostri pasti; la salvaguardia delle cucine locali, delle produzioni tradizionali, delle specie vegetali e animali a rischio di estinzione; un nuovo modello di agricoltura, meno intensivo e più pulito”.